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Basta fermarsi davanti al banco frigo di un supermercato o di una farmacia per trovarsi di fronte a decine di prodotti che promettono “fermenti lattici vivi”, “flora batterica in equilibrio”, “difese naturali dell’intestino”. Eppure, se si legge con attenzione, quasi nessuna di queste etichette riporta un vero claim di salute autorizzato. Non è una svista dei produttori: è il risultato di una scelta molto precisa dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), che vale la pena capire prima di scegliere un prodotto a scaffale.

Cosa si intende davvero per “probiotico”

La definizione più citata a livello scientifico, elaborata da FAO e OMS, descrive i probiotici come “microrganismi vivi che, se somministrati in quantità adeguate, conferiscono un beneficio alla salute dell’ospite”. È una definizione che sembra semplice ma nasconde un punto cruciale: il beneficio, quando esiste, è sempre legato a un ceppo specifico di batterio, non al genere o alla specie in generale. Lactobacillus rhamnosus GG e Lactobacillus rhamnosus generico, per fare un esempio, non sono la stessa cosa dal punto di vista degli studi clinici: la sigla dopo il nome della specie (la “GG”, in questo caso) identifica il ceppo esatto che è stato effettivamente testato.

Perché l’EFSA ha respinto quasi tutte le richieste di claim

Tra il 2008 e il 2012 l’EFSA ha esaminato centinaia di richieste di claim salutistici legati a batteri e fermenti lattici presentate dai produttori europei. La stragrande maggioranza è stata respinta, non perché i probiotici siano inutili, ma perché le richieste utilizzavano il termine generico “probiotico” senza identificare con precisione il ceppo, oppure perché le prove cliniche disponibili per quel ceppo specifico non erano sufficientemente solide o non erano state condotte sulla popolazione e alle dosi indicate in etichetta. È il motivo per cui, ancora oggi, in Europa non esiste praticamente nessun claim di salute generico autorizzato per “i probiotici” come categoria: ogni singolo ceppo dovrebbe dimostrare scientificamente il proprio effetto specifico, con studi clinici dedicati, per poter vantare un’affermazione di salute in etichetta.

Questo non significa che la ricerca sui probiotici sia ferma: la letteratura scientifica su singoli ceppi, in particolare in ambito di supporto durante e dopo terapie antibiotiche o in specifiche popolazioni cliniche, continua a crescere. Significa però che un’etichetta seria, oggi, non può legalmente promettere effetti generici sul benessere intestinale o sulle “difese immunitarie” semplicemente perché contiene fermenti lattici.

Cosa guardare davvero in etichetta

Ecco gli elementi che fanno la differenza tra un prodotto formulato con cura e uno generico:

Genere, specie e ceppo per esteso. Un’etichetta informativa riporta la sigla completa (es. Lacticaseibacillus rhamnosus GG, nuova nomenclatura tassonomica in vigore dal 2020 per quello che prima si chiamava Lactobacillus rhamnosus GG), non solo “fermenti lattici vivi” in modo generico.

Il numero di CFU a fine shelf life, non al momento della produzione. CFU sta per “colony forming units”, cioè il numero di microrganismi vivi e attivi. Un conto è dichiarare le CFU misurate appena il lotto è stato prodotto, un altro è garantirle fino alla data di scadenza: solo la seconda informazione dice davvero quanti microrganismi vivi si stanno assumendo al momento del consumo.

Le condizioni di conservazione. Molti ceppi restano vitali solo se conservati in frigorifero; altri sono stati selezionati o incapsulati per restare stabili anche a temperatura ambiente. Un prodotto lasciato per settimane su uno scaffale caldo, se non pensato per quello, può arrivare al consumatore con una frazione minima dei microrganismi dichiarati.

La resistenza al passaggio gastrico. L’acidità dello stomaco è una barriera naturale molto efficace: capsule gastroresistenti o ceppi naturalmente più resistenti aumentano la probabilità che i microrganismi arrivino vivi nell’intestino, dove possono esercitare la loro azione.

I fermenti lattici degli alimenti tradizionali

Non serve necessariamente un integratore per introdurre microrganismi vivi nella dieta: yogurt, kefir, crauti non pastorizzati e miso sono fonti tradizionali di colture vive. Per lo yogurt e il latte fermentato esiste peraltro un claim autorizzato, ma diverso da quelli che spesso si immaginano: riguarda il fatto che le colture vive di yogurt migliorano la digestione del lattosio del prodotto stesso in soggetti con difficoltà a digerirlo, un effetto tecnico e circoscritto, non un generico “beneficio per l’intestino”.

Quando ha senso valutare un integratore

Ci sono situazioni in cui parlarne con il medico o il farmacista di fiducia ha senso pratico: durante o dopo un ciclo di terapia antibiotica, in caso di cambiamenti importanti di alimentazione o di viaggi in paesi con abitudini alimentari molto diverse, o semplicemente per abitudine personale confermata da un professionista sanitario. In questi casi la scelta del prodotto giusto passa proprio dai criteri elencati sopra: ceppo dichiarato per esteso, CFU garantite a fine shelf life, conservazione adeguata.

Chi deve essere più cauto

Le persone immunodepresse, i pazienti oncologici in trattamento, i neonati prematuri e le persone con cateteri venosi centrali dovrebbero assumere probiotici solo sotto stretta supervisione medica: pur essendo eventi rari, in letteratura sono stati documentati casi di infezioni opportunistiche legate a specifici ceppi probiotici in pazienti gravemente immunocompromessi. È un’ulteriore ragione per non considerare i fermenti lattici un prodotto “neutro” da assumere senza criterio, ma un integratore alimentare da scegliere con la stessa attenzione riservata a qualsiasi altro prodotto per la salute.

Domande frequenti

Più alto è il numero di CFU, meglio è? Non necessariamente. Il numero di CFU utile dipende dal ceppo specifico e dall’uso previsto: alcuni ceppi hanno mostrato effetti a dosaggi relativamente contenuti, altri richiedono quantità più elevate. Un numero enorme di CFU su un ceppo poco caratterizzato non garantisce risultati migliori di un dosaggio più contenuto ma supportato da studi solidi su quello specifico ceppo.

I probiotici in capsule sono migliori di quelli nello yogurt? Sono prodotti diversi con scopi diversi: lo yogurt è un alimento con una matrice nutrizionale completa, l’integratore è pensato per veicolare quantità note e standardizzate di uno o più ceppi specifici. Nessuno dei due sostituisce l’altro.

Bisogna prenderli sempre a stomaco vuoto? Dipende dal prodotto e dal ceppo: alcuni produttori indicano il momento migliore di assunzione in base a come è stata testata la sopravvivenza del ceppo nei loro studi. La cosa più affidabile è seguire l’indicazione riportata sulla confezione specifica.

In sintesi

Dietro l’etichetta generica “fermenti lattici” si nasconde un mondo di differenze concrete: ceppo, CFU garantite a fine shelf life, conservazione e resistenza gastrica sono le informazioni che davvero contano per valutare un prodotto. L’assenza di claim di salute autorizzati dall’EFSA non significa che la ricerca su singoli ceppi sia ferma, ma riflette uno standard scientifico rigoroso che vale la pena conoscere prima di scegliere cosa mettere nel carrello.


Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.