Chi ha comprato un integratore per le ossa negli ultimi anni ha quasi certamente letto in etichetta la sigla “K2”, quasi sempre accompagnata dalla vitamina D3. Meno noto è che la vitamina K2 non è un’unica molecola, ma una famiglia di composti chiamati menachinoni, indicati con la sigla MK seguita da un numero. Le due forme più diffuse negli integratori e più studiate sono il MK-4 e il MK-7, e la differenza tra loro non è solo una questione di etichetta.
Vitamina K: una famiglia, non una molecola sola
La vitamina K esiste in natura in due grandi famiglie. La vitamina K1 (fillochinone) è la forma vegetale, presente soprattutto nelle verdure a foglia verde come spinaci, cavolo e broccoli. La vitamina K2 (menachinone) è invece prodotta da alcuni batteri, sia nel processo di fermentazione di alcuni alimenti sia, in piccola parte, dal microbiota intestinale umano. All’interno della famiglia K2 esistono diverse sottoforme, che si distinguono per la lunghezza della catena laterale isoprenica legata alla struttura chimica di base: da qui derivano le sigle MK-4, MK-7, MK-9 e altre ancora.
MK-4: la forma animale, a rapida azione
Il MK-4 è il menachinone a catena più corta e si trova soprattutto in alimenti di origine animale come carne, uova e formaggi, oltre a poter essere convertito dall’organismo a partire dalla vitamina K1 in alcuni tessuti. Il tratto distintivo del MK-4, rispetto alle forme a catena più lunga, è la permanenza più breve in circolo: viene metabolizzato ed eliminato più rapidamente, il che nella pratica significa che i suoi livelli nel sangue tendono a scendere in poche ore.
MK-7: la forma fermentata, a lunga durata
Il MK-7 è invece la forma tipica di alcuni alimenti fermentati, in particolare il natto, un piatto tradizionale giapponese a base di semi di soia fermentati con il batterio Bacillus subtilis natto, che è di fatto l’alimento più ricco di MK-7 conosciuto. Tracce di MK-7 si trovano anche in alcuni formaggi stagionati europei, prodotti anch’essi tramite fermentazione batterica. Rispetto al MK-4, la catena isoprenica più lunga del MK-7 lo rende una molecola più lipofila, che si lega più efficacemente alle lipoproteine del sangue: questo si traduce in un tempo di permanenza in circolo nettamente più lungo, alcuni giorni contro poche ore. È principalmente per questa caratteristica farmacocinetica che il MK-7 è oggi la forma più utilizzata negli integratori alimentari, spesso in dosaggi anche di una sola compressa al giorno.
Cosa fa davvero la vitamina K nell’organismo
Indipendentemente dalla forma (K1, MK-4 o MK-7), la vitamina K agisce come cofattore essenziale di un enzima chiamato gamma-glutamil carbossilasi. Questo enzima “attiva” chimicamente, attraverso un processo di carbossilazione, un gruppo di proteine che altrimenti resterebbero inattive. Tra queste proteine vitamina K-dipendenti ci sono i fattori della coagulazione (tra cui protrombina, fattore VII, IX e X) e l’osteocalcina, una proteina prodotta dagli osteoblasti (le cellule che costruiscono il tessuto osseo). Solo l’osteocalcina carbossilata è in grado di legare efficacemente il calcio e di partecipare alla normale mineralizzazione della matrice ossea: è questo il meccanismo biochimico alla base del contributo della vitamina K alla fisiologia dello scheletro.
Cosa è autorizzato dichiarare (EFSA)
Secondo il Regolamento (UE) 432/2012, è autorizzato affermare che la vitamina K contribuisce al mantenimento di ossa normali e alla normale coagulazione del sangue. Questi due claim si applicano alla vitamina K in generale, come nutriente, e non a una singola forma chimica: non esiste, a oggi, un claim EFSA specifico e differenziato per il MK-4 o per il MK-7. La scelta tra le due forme, quando la si trova specificata in etichetta, riflette quindi considerazioni di biodisponibilità e durata d’azione più che una differenza nell’effetto fisiologico dichiarabile.
Un’attenzione importante: chi è in terapia anticoagulante
Proprio perché la vitamina K interviene nella cascata della coagulazione, chi è in terapia con farmaci anticoagulanti antagonisti della vitamina K (come il warfarin) deve sempre parlare con il proprio medico prima di assumere qualsiasi integratore contenente vitamina K, in qualunque forma. Un apporto non concordato con il medico può infatti interferire con l’efficacia della terapia e con il monitoraggio dei valori di coagulazione.
Fonti alimentari a confronto
Chi desidera un apporto di vitamina K2 attraverso l’alimentazione, oltre a un eventuale integratore, può orientarsi su alimenti fermentati: il natto resta la fonte più concentrata di MK-7 in assoluto, anche se il suo sapore e la sua consistenza non sono per tutti i palati occidentali. Formaggi stagionati come alcuni tipi di gouda o di formaggi a pasta dura fermentati a lungo, così come alcuni prodotti a base di carne e uova, forniscono invece quantità più modeste, prevalentemente di MK-4.
In sintesi
MK-4 e MK-7 sono entrambe forme autentiche di vitamina K2, con lo stesso ruolo biochimico di fondo ma caratteristiche farmacocinetiche diverse: il MK-4 agisce più rapidamente ma resta in circolo per poco tempo, il MK-7 offre invece una presenza più prolungata nel sangue, ed è per questo la forma più spesso scelta per un’integrazione quotidiana a basso dosaggio. In entrambi i casi, i claim EFSA autorizzati riguardano il contributo al mantenimento di ossa normali e alla normale coagulazione del sangue, sempre nel rispetto delle dosi indicate in etichetta e, per chi segue terapie anticoagulanti, di un confronto preventivo con il proprio medico.
Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.



