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Sull’etichetta di un integratore di vitamina D si legge quasi sempre una sigla: D3 o, più raramente, D2. Sembrano dettagli da addetti ai lavori, ma la differenza tra queste due molecole racconta una storia di chimica, di fonti alimentari molto diverse tra loro e di un dibattito scientifico ancora aperto su quale delle due sia più efficace. Proviamo a fare chiarezza, senza semplificazioni eccessive.

Due molecole, un’unica famiglia

Il termine “vitamina D” indica in realtà un gruppo di composti liposolubili strutturalmente simili (secosteroidi). Le due forme rilevanti per l’alimentazione umana sono:

  • Vitamina D3 (colecalciferolo): si forma nella pelle quando i raggi UVB del sole colpiscono il 7-deidrocolesterolo, un precursore presente nell’epidermide. È anche la forma naturalmente presente in alimenti di origine animale come pesci grassi, tuorlo d’uovo e, in piccola parte, alcuni prodotti caseari. Esiste anche una fonte D3 non animale, ricavata dal lichene, utilizzata in integratori adatti a vegani.
  • Vitamina D2 (ergocalciferolo): si origina dall’ergosterolo, una molecola presente in funghi, lieviti e alcuni vegetali, quando questi vengono esposti a raggi UV. È la forma tipicamente ottenuta da fonti fungine ed è per questo la scelta più diffusa negli integratori vegan-friendly insieme al D3 da lichene.

Dal punto di vista strutturale, la differenza è piccola ma non trascurabile: la vitamina D2 possiede un doppio legame aggiuntivo tra i carboni 22 e 23 e un gruppo metile in posizione 24, assenti nella D3. Un dettaglio chimico minimo che, secondo diversi studi, si traduce in un comportamento metabolico non del tutto sovrapponibile.

Cosa dice la ricerca sull’efficacia relativa

Entrambe le forme, una volta assunte, seguono un percorso di attivazione simile: prima vengono idrossilate nel fegato a 25-idrossivitamina D (25(OH)D, il parametro misurato nelle analisi del sangue), poi nel rene alla forma biologicamente attiva. Per anni le due forme sono state considerate equivalenti sul piano nutrizionale. Studi più recenti, tuttavia, indicano che la vitamina D3 tende ad essere più efficace nell’innalzare e mantenere stabili i livelli ematici di 25(OH)D rispetto a dosi equivalenti di D2: alcune meta-analisi hanno stimato una differenza a favore del D3 nell’ordine di alcuni nmol/L in più di 25(OH)D a parità di dose, e alcuni lavori suggeriscono che la D3 sia il substrato preferenziale negli enzimi coinvolti nel trasporto e nel metabolismo della vitamina. È un’area di ricerca ancora attiva: non tutti gli studi concordano sull’entità della differenza, e variabili come il dosaggio, la frequenza di somministrazione (giornaliera vs bolo settimanale/mensile) e le caratteristiche individuali (peso corporeo, stato di partenza) influenzano il risultato.

Cosa dice il claim EFSA autorizzato

Dal punto di vista normativo, il Registro UE dei claim su alimenti e salute riconosce diversi claim autorizzati per la “vitamina D” come nutriente, senza distinguere tra le due forme chimiche ai fini dell’etichettatura. In sintesi, la vitamina D:

  • contribuisce al normale funzionamento del sistema immunitario;
  • contribuisce al normale assorbimento e utilizzo di calcio e fosforo;
  • contribuisce al mantenimento di ossa, denti e muscoli normali;
  • contribuisce alla normale funzione muscolare;
  • svolge un ruolo nel processo di divisione cellulare;
  • contribuisce a ridurre il rischio di cadute associato a instabilità posturale e debolezza muscolare, negli uomini e nelle donne di età pari o superiore a 60 anni, quando assunta in quantità di almeno 20 µg al giorno come parte di una dieta variata (claim condizionato).

Va precisato con chiarezza: questi claim si applicano alla vitamina D come categoria nutrizionale, indipendentemente dal fatto che la fonte sia D2 o D3. La normativa europea sull’etichettatura nutrizionale (Regolamento UE 1169/2011) somma D2 e D3 in un unico valore di “vitamina D” ai fini del calcolo dei valori nutritivi di riferimento, anche se — come visto sopra — la letteratura scientifica indica una potenziale differenza di efficacia biologica tra le due forme. Nessun claim autorizzato distingue o privilegia una forma rispetto all’altra: la differenza di efficacia, se presente, riguarda la ricerca farmacocinetica, non la comunicazione commerciale ammessa.

Perché la fonte non è un dettaglio da poco

Per chi segue un’alimentazione onnivora, il colecalciferolo (D3) di origine animale è la forma storicamente più studiata e diffusa negli integratori. Per chi segue un regime vegano, la scelta si è ampliata negli ultimi anni grazie a due alternative: il D2 da funghi/lieviti, disponibile da tempo, e il D3 da lichene, arrivato più di recente sul mercato e che secondo alcuni studi preliminari potrebbe offrire un profilo di efficacia più vicino al D3 animale rispetto al D2, pur trattandosi di un’area ancora oggetto di approfondimento.

La sintesi cutanea resta il punto di partenza naturale

Vale la pena ricordare che la fonte primaria di vitamina D per l’organismo umano non è né il cibo né l’integratore, ma l’esposizione della pelle alla luce solare UVB, che produce colecalciferolo endogeno. Fattori come la stagione, la latitudine, l’uso di schermi solari, il colore della pelle e l’età influenzano fortemente questa produzione naturale, ed è uno dei motivi per cui in Italia, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, si osserva un calo diffuso dei livelli di 25(OH)D nella popolazione.

Domande frequenti

D3 e D2 sono intercambiabili nei dosaggi?
Sul piano regolatorio sì, vengono sommate come “vitamina D” totale in etichetta. Sul piano dell’efficacia biologica, la ricerca suggerisce che il D3 possa richiedere dosi leggermente inferiori per ottenere lo stesso innalzamento dei livelli ematici rispetto al D2, ma si tratta di un’area di studio in evoluzione, non di una certezza assoluta.

Il D2 è “peggiore” del D3?
Non è corretto parlare di forma migliore o peggiore in termini assoluti: il D2 resta un’opzione valida, soprattutto per chi cerca una fonte non derivata da animali diversa dal lichene. La differenza riguarda l’entità dell’effetto su determinati parametri ematici, non la sicurezza d’uso.

Quale dose è adeguata?
La dose dipende da età, condizione di partenza (livelli ematici) e stagione. Non è possibile indicare un dosaggio universale: la scelta va sempre discussa con il proprio medico o farmacista, eventualmente sulla base di un dosaggio ematico di 25(OH)D.

In sintesi

D3 e D2 condividono la stessa famiglia chimica e gli stessi claim EFSA autorizzati come “vitamina D”, ma non sono identiche: derivano da fonti diverse (animale/lichene la prima, fungina la seconda) e la ricerca più recente suggerisce, pur con margini di incertezza ancora da chiarire, una maggiore efficacia della D3 nell’innalzare i livelli ematici a parità di dose. Conoscere questa differenza aiuta a leggere le etichette con più consapevolezza, specialmente per chi segue un’alimentazione vegana e deve scegliere tra le fonti disponibili.


Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.