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Nei boschi di betulla del Nord Europa, della Siberia e del Canada cresce una escrescenza scura e irregolare che, a prima vista, sembra quasi una crosta bruciata sulla corteccia dell’albero. È il Chaga (Inonotus obliquus), un fungo parassita che da secoli fa parte della tradizione popolare russa e siberiana, dove veniva essiccato e usato per preparare infusi. Oggi il Chaga è diventato uno degli ingredienti più citati nel mondo degli integratori “funzionali” e dei funghi adattogeni, spesso presentato con toni entusiastici come “il re dei funghi” o un rimedio universale. Vale la pena capire, con calma, cosa sappiamo davvero e cosa resta invece nel campo della tradizione non ancora confermata dalla scienza.

Cos’è esattamente il Chaga

Il Chaga non è un fungo a cappello come i più comuni funghi commestibili: è un corpo sterile, una massa nodosa e carbonizzata all’aspetto che il micelio produce sul tronco della betulla (più raramente su altri alberi come ontano o faggio) mentre la colonizza per anni, spesso decenni. Questa massa, chiamata tecnicamente “sclerozio” o conk, è ciò che viene raccolto, essiccato e macinato per ottenere polveri ed estratti.

Dal punto di vista della composizione chimica, il Chaga contiene un insieme piuttosto complesso di sostanze: polisaccaridi (tra cui beta-glucani), melanine (i pigmenti scuri responsabili del colore quasi nero), triterpeni come l’acido betulinico e i suoi derivati (che il fungo assorbe in parte dalla corteccia di betulla su cui cresce), oltre a polifenoli e piccole quantità di minerali. È proprio questa combinazione a rendere il Chaga oggetto di interesse nella ricerca fitochimica, anche se la composizione varia molto in base all’albero ospite, al clima e all’età dello sclerozio.

La tradizione siberiana e il contesto storico

L’uso del Chaga come infuso o decotto è documentato in diverse regioni forestali della Russia, della Finlandia e delle popolazioni indigene del Nord America, dove veniva preparato facendo bollire i pezzi essiccati per ottenere una bevanda scura, dal sapore terroso, spesso consumata come sostituto del tè o del caffè nei periodi di scarsità. Questo uso tradizionale, tramandato per generazioni, è un dato storico reale e interessante, ma è importante non confonderlo con una prova di efficacia: la tradizione d’uso racconta come un alimento o una pianta sono stati impiegati culturalmente, non dimostra automaticamente un beneficio misurabile per la salute secondo i criteri della ricerca scientifica moderna.

Cosa dice davvero la ricerca scientifica

La letteratura scientifica sul Chaga esiste, ma è composta in larghissima parte da studi preclinici: esperimenti su colture cellulari in laboratorio e su modelli animali, che hanno esplorato l’attività antiossidante degli estratti e l’interazione dei polisaccaridi con il sistema immunitario in vitro. Questi studi sono un punto di partenza utile per la ricerca di base, ma non permettono di trarre conclusioni su cosa accada nell’organismo umano quando si assume un integratore di Chaga per bocca.

Gli studi clinici controllati sull’uomo, quelli che permetterebbero di stabilire un vero nesso causa-effetto su un beneficio per la salute, restano oggi scarsi, di piccole dimensioni o di qualità metodologica limitata. Per questo motivo, al momento, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) non ha valutato né autorizzato alcuna indicazione sulla salute (claim nutrizionale o salutistico) specifica per il Chaga nel Registro europeo dei claim consentiti. Qualunque affermazione che attribuisca al Chaga proprietà di prevenzione, cura o trattamento di malattie non trova quindi una base normativa autorizzata in Europa, ed è bene diffidare di contenuti che lo presentano come tale.

Un aspetto da conoscere: bioaccumulo e sicurezza

Un punto spesso trascurato riguarda proprio il legame del Chaga con la betulla. Essendo un fungo che cresce per anni sullo stesso albero, può accumulare nel suo tessuto non solo i composti della corteccia ma, in alcuni contesti ambientali, anche metalli pesanti presenti nel suolo o nell’aria, un fenomeno noto come bioaccumulo, comune in diversi organismi fungini a crescita prolungata. Per questo motivo la qualità della materia prima, la provenienza tracciata e i controlli analitici su un eventuale prodotto in commercio sono elementi rilevanti quanto, se non più, della semplice presenza dell’ingrediente in etichetta.

Va inoltre segnalato che i polisaccaridi del Chaga, per il loro potenziale effetto sul sistema immunitario osservato in laboratorio, rendono prudente evitarne l’assunzione in presenza di patologie autoimmuni, in caso di terapie immunosoppressive, o in concomitanza con farmaci anticoagulanti o antidiabetici, per un possibile rischio di interazione: la parola d’ordine, come per qualunque integratore a base di funghi, resta il confronto preventivo con il proprio medico o farmacista.

Chaga e “superfood”: un po’ di chiarezza sul marketing

Il Chaga viene spesso inserito nella categoria commerciale dei “superfood”, un’etichetta di marketing priva di qualunque definizione scientifica o normativa ufficiale. Il fatto che un ingrediente contenga antiossidanti o composti bioattivi non equivale automaticamente a un beneficio dimostrato per chi lo assume: la quantità realmente biodisponibile dopo la digestione, la dose utilizzata negli studi preclinici (spesso molto più alta di quella presente in un integratore) e le differenze tra un estratto standardizzato e una semplice polvere essiccata sono tutti fattori che complicano il passaggio dal laboratorio al beneficio reale per la persona.

Domande frequenti

Il Chaga ha un’indicazione sulla salute approvata dall’EFSA?
No. Ad oggi non risultano claim salutistici autorizzati specificamente per il Chaga nel Registro europeo dei claim su alimenti e integratori.

Il Chaga è sicuro per tutti?
Non necessariamente. Per il suo possibile effetto sul sistema immunitario e per potenziali interazioni con farmaci anticoagulanti o immunosoppressori, chi segue terapie in corso o soffre di patologie autoimmuni dovrebbe parlarne con il medico o il farmacista prima di assumerlo.

Chaga selvatico o coltivato, fa differenza?
Sì, la provenienza incide sia sulla composizione chimica sia sul rischio di bioaccumulo di sostanze indesiderate: la tracciabilità della materia prima è un elemento di qualità da non sottovalutare.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono in alcun modo il parere di un medico o di un farmacista. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia. Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore.