Il selenio è uno degli oligoelementi più curiosi della nutrizione umana: ne serve pochissimo, appena qualche decina di microgrammi al giorno, eppure la sua carenza è stata associata a una malattia cardiaca endemica osservata per la prima volta in alcune regioni della Cina, la cosiddetta “malattia di Keshan”, proprio nelle zone dove i terreni agricoli sono più poveri di questo minerale. È un promemoria efficace di quanto un elemento presente in tracce nel corpo umano possa avere un ruolo tutt’altro che marginale. Ma quando si passa dagli alimenti agli integratori, ci si accorge che il selenio non è mai “solo selenio”: in etichetta compaiono nomi diversi, come selenometionina o selenito di sodio. Che differenza c’è?
A cosa contribuisce il selenio, secondo l’EFSA
Prima di entrare nel merito delle forme chimiche, vale la pena ricordare cosa dice davvero la normativa europea. Secondo i claim autorizzati dal Regolamento (UE) 432/2012, il selenio contribuisce alla normale spermatogenesi, alla normale funzione della tiroide, alla normale funzione del sistema immunitario, al normale mantenimento dei capelli e delle unghie, e alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo. Non esistono, ad oggi, claim autorizzati che colleghino il selenio alla prevenzione o al trattamento di alcuna malattia: qualunque affermazione in questo senso non è consentita dalla normativa.
Le forme inorganiche: selenito e selenato
Il selenito di sodio e il selenato di sodio sono i sali inorganici del selenio, storicamente i primi ad essere stati utilizzati per la fortificazione alimentare e per gli integratori, oltre che nei mangimi zootecnici. Chimicamente sono molecole semplici e economiche da produrre, ma con un limite noto: la loro biodisponibilità (cioè la percentuale che l’organismo riesce effettivamente ad assorbire e trattenere) è generalmente più bassa rispetto alle forme organiche, e possono interagire con altri componenti della dieta, come la vitamina C, riducendone ulteriormente l’assorbimento in determinate condizioni sperimentali.
Le forme organiche: selenometionina e lievito arricchito
La selenometionina è invece la forma “organica” del selenio, cioè legata a un amminoacido (la metionina) esattamente come avviene in natura nelle piante e nei semi che assorbono selenio dal terreno. Per questo motivo viene anche chiamata la forma “alimentare” del selenio. Una caratteristica peculiare della selenometionina è che l’organismo non riesce a distinguerla dalla metionina normale: viene quindi incorporata anche nelle proteine muscolari generiche, creando una sorta di riserva corporea di selenio che viene rilasciata gradualmente nel tempo, anche quando l’assunzione alimentare diminuisce temporaneamente.
Una variante molto diffusa negli integratori è il lievito arricchito di selenio (selenium-enriched yeast), ottenuto facendo crescere ceppi di lievito in un substrato ricco di selenio: il lievito lo incorpora naturalmente, in gran parte come selenometionina, in una miscela che riproduce da vicino le forme presenti negli alimenti.
Sono tutte forme ammesse dalla legge?
A differenza di altri casi in cui la normativa distingue nettamente tra forme autorizzate e non autorizzate, per il selenio l’Allegato II della Direttiva 2002/46/CE elenca diverse forme chimiche ammesse per la produzione di integratori alimentari nell’Unione Europea: selenato di sodio, selenito idrogeno di sodio, selenito di sodio, selenio arricchito in lievito e L-selenometionina. Tutte le forme citate in questo articolo sono quindi regolarmente utilizzabili in Europa: la scelta tra una e l’altra da parte di un produttore è una questione di biodisponibilità, costo e formulazione, non di conformità normativa.
Un elemento da maneggiare con attenzione
Il selenio è un caso emblematico del principio “la dose fa il veleno”: a fronte di un fabbisogno molto piccolo, l’intervallo tra la quantità utile e quella potenzialmente eccessiva è più ristretto rispetto a molti altri minerali. Per questo motivo gli integratori a base di selenio riportano sempre un dosaggio preciso in microgrammi, ed è importante non sommare inconsapevolmente più fonti (alimenti fortificati, più integratori contemporaneamente) senza tenerne conto. Le noci del Brasile, per fare un esempio alimentare, sono tra gli alimenti più ricchi di selenio in assoluto: bastano poche unità al giorno per coprire ampiamente il fabbisogno, un dato utile da conoscere prima di associare anche un integratore.
In sintesi
Selenito di sodio e selenometionina non sono in competizione dal punto di vista legale: sono entrambe forme riconosciute e ammesse dalla normativa europea sugli integratori. Cambiano invece per origine (inorganica contro organica), per il meccanismo di assorbimento e per la capacità dell’organismo di costituire una riserva nel tempo. Conoscere questa differenza permette di leggere un’etichetta con più consapevolezza, al di là del semplice numero di microgrammi dichiarato.
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