Le api non la producono per noi. La propoli nasce come materiale da costruzione e da difesa dell’alveare: le api bottinatrici raccolgono resine, gemme e essudati da alberi come pioppi, betulle, abeti e conifere varie, le trasportano nell’alveare nei “cestelli” delle zampe posteriori e lì le mescolano con cera e proprie secrezioni salivari per ottenere un materiale collante, denso, dal caratteristico colore che va dal giallo-bruno al verde scuro a seconda della vegetazione locale. Il risultato serve a sigillare le fessure dell’alveare, rinforzarne la struttura e rivestirne le pareti interne: una sorta di “vernice antibatterica” naturale che protegge la colonia. Il nome stesso lo racconta: dal greco pro polis, “davanti alla città”, cioè a difesa dell’ingresso dell’alveare.
Una composizione complessa, mai identica a se stessa
Una delle caratteristiche più interessanti della propoli, e allo stesso tempo una delle più complicate da gestire per chi la produce come materia prima, è la sua estrema variabilità. La composizione chimica cambia in base alla flora circostante l’alveare, alla stagione di raccolta e all’area geografica: la propoli raccolta in una pineta alpina non è sovrapponibile a quella di un’arnia in un’area di pioppeti della pianura padana, né a quella “verde” tipica del Brasile, ricca di un’altra famiglia di composti legati a una pianta diversa (Baccharis dracunculifolia). In generale la propoli grezza contiene resine e balsami vegetali, cera d’api, oli essenziali, polline e una frazione di composti fenolici tra cui flavonoidi, in proporzioni che possono variare sensibilmente da un lotto all’altro. Questo è il motivo per cui un produttore serio deve standardizzare gli estratti su parametri controllati (tipicamente il contenuto in flavonoidi totali) invece di limitarsi a dichiarare genericamente “propoli” in etichetta.
Cosa dice davvero il quadro normativo europeo
Va detto con chiarezza, perché è un punto su cui circola molta confusione: a oggi il Registro europeo dei claim su alimenti e salute (Reg. CE 1924/2006) non riporta claim sulla salute autorizzati per la propoli. Diverse domande di autorizzazione presentate negli anni sono state valutate da EFSA e non hanno ricevuto parere favorevole, principalmente per l’estrema variabilità di composizione descritta sopra, che rende difficile per il panel scientifico attribuire un effetto a “la propoli” come se fosse una sostanza unica e standardizzabile allo stesso modo di una vitamina isolata. Questo non significa che la propoli sia priva di interesse: significa che, per legge, nessuna azienda può attribuirle proprietà terapeutiche, antibatteriche, immunostimolanti o di sostegno alle difese organiche nella comunicazione commerciale, per quanto queste siano affermazioni che si sentono spesso, anche fuori dai contesti regolamentati. Chi acquista un integratore a base di propoli acquista un prodotto della tradizione apistica europea, non un farmaco, e la differenza tra i due registri va sempre mantenuta netta.
Una tradizione d’uso lunga migliaia di anni
L’uso umano della propoli precede di molto la sua caratterizzazione chimica moderna. Gli antichi Egizi la impiegavano, insieme ad altre resine, nei processi di imbalsamazione, sfruttandone empiricamente la capacità di rallentare la decomposizione organica. I Greci e i Romani la conoscevano bene: Aristotele ne parla nella sua Historia Animalium descrivendo il comportamento delle api nella raccolta delle resine, mentre Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, la cita tra i rimedi della farmacopea popolare del tempo. Nel Medioevo e fino all’epoca moderna, la propoli è rimasta un elemento ricorrente della tradizione erboristica e apistica europea, tramandata più per osservazione empirica diretta sul campo che per comprensione dei meccanismi chimici sottostanti, comprensione arrivata solo con la chimica analitica del Novecento.
Come si trasforma la propoli grezza in un ingrediente utilizzabile
La propoli grezza raccolta dall’apicoltore, spesso raschiata a mano dai telaini dell’arnia, non è direttamente utilizzabile: contiene impurità (frammenti di cera, residui vegetali, occasionalmente parti di insetti) e ha una consistenza dura e appiccicosa difficile da dosare. Il passaggio successivo è tipicamente un’estrazione, più spesso idroalcolica, che separa la frazione di interesse (resine, flavonoidi, oli essenziali) dalle impurità insolubili e dalla componente cerosa. Il risultato è un estratto liquido o, dopo ulteriori lavorazioni, in polvere, più semplice da standardizzare, dosare e inserire in formulazioni come gocce, capsule o spray. È proprio in questa fase di estrazione e standardizzazione che si gioca gran parte della qualità reale di un prodotto a base di propoli, molto più che nella semplice dicitura “propoli pura” scritta in etichetta.
Un mestiere, non solo una materia prima
Dietro ogni lotto di propoli c’è il lavoro di un apicoltore che conosce il territorio delle proprie arnie, i tempi di raccolta (tipicamente fine estate e autunno, quando le api rinforzano l’alveare in vista dell’inverno) e le tecniche di raccolta meno stressanti per la colonia. È un mestiere che in Italia mantiene ancora una forte componente artigianale, spesso in filiera corta, ed è anche per questo che la variabilità di lotto in lotto, più che un difetto, va raccontata come parte dell’identità di un prodotto naturale non standardizzabile come una molecola di sintesi.
Domande frequenti
La propoli è la stessa cosa del miele?
No. Il miele deriva dal nettare dei fiori trasformato dalle api, la propoli deriva da resine e essudati vegetali raccolti dalle gemme e dalla corteccia degli alberi: origine botanica e funzione nell’alveare sono completamente diverse.
Perché la propoli ha colori diversi da un prodotto all’altro?
Il colore dipende dalla vegetazione bottinata dalle api: propoli di zone con molte conifere tende al verde-bruno, quella di zone con pioppi e betulle tende al giallo-ambra.
Esiste una propoli “migliore” in assoluto?
Non in senso generale: la qualità si valuta su parametri oggettivi come il contenuto standardizzato in flavonoidi e la purezza dell’estrazione, non sull’origine geografica in sé.
Noebis Pharma: chi siamo
Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.



