La fosfatidilserina è uno di quei nomi che si incontrano spesso sulle etichette degli integratori dedicati alla “concentrazione” o allo studio, ma raramente viene spiegata per quello che è: un fosfolipide, cioè un componente strutturale delle membrane delle cellule. In questo approfondimento vediamo cos’è, da dove si ricava, cosa ha studiato la ricerca e, soprattutto, che cosa dice la normativa europea sui claim che la riguardano.
Che cos’è la fosfatidilserina
La fosfatidilserina (spesso abbreviata in PS) appartiene alla famiglia dei fosfolipidi, le molecole che formano il doppio strato delle membrane cellulari. La sua struttura combina una parte “grassa” (due acidi grassi legati al glicerolo) e una parte idrofila che contiene l’amminoacido serina.
Nelle cellule la fosfatidilserina si trova soprattutto nel foglietto interno della membrana ed è particolarmente abbondante nel tessuto nervoso. L’organismo è in grado di sintetizzarla da sé: non è quindi un nutriente essenziale e non esiste un fabbisogno giornaliero di riferimento (VNR) come per vitamine e minerali.
Dove si trova negli alimenti
Con la dieta se ne assumono quantità modeste, in genere nell’ordine di qualche decina fino a poco più di un centinaio di milligrammi al giorno, a seconda delle abitudini alimentari. Le fonti più ricche sono gli alimenti di origine animale come carni, frattaglie e pesce, mentre tra i vegetali si trova in quantità minori, ad esempio nella soia e nei legumi.
Da dove si ricava la fosfatidilserina degli integratori
Qui c’è un passaggio storico importante. I primi studi clinici, tra gli anni ’80 e ’90, utilizzavano fosfatidilserina estratta dalla corteccia cerebrale bovina. Con l’emergere dell’encefalopatia spongiforme bovina questa fonte è stata abbandonata e sostituita da fosfatidilserina ottenuta per via enzimatica a partire da lecitine vegetali, soprattutto di soia o di girasole.
Le due forme non sono perfettamente sovrapponibili: la composizione degli acidi grassi è diversa (quella di origine bovina contiene più acidi grassi a lunga catena come il DHA). Per questo non è corretto “trasferire” automaticamente i risultati degli studi più vecchi alla fosfatidilserina vegetale oggi utilizzata. È un dettaglio che vale la pena ricordare quando si leggono articoli divulgativi che citano ricerche datate.
Cosa ha valutato l’EFSA
In Europa le indicazioni sulla salute (claim) che si possono usare per un ingrediente sono regolate dal Regolamento (CE) n. 1924/2006. Nel 2010 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha esaminato diverse richieste di claim relative alla fosfatidilserina, riferite tra l’altro alla memoria e alla funzione cognitiva (EFSA Journal 2010;8(10):1749).
La conclusione del gruppo di esperti è stata che, sulla base dei dati presentati, non era stato stabilito un rapporto di causa-effetto tra l’assunzione di fosfatidilserina e gli effetti dichiarati. Di conseguenza, oggi nell’Unione Europea non esistono claim salutistici autorizzati per la fosfatidilserina. Un’etichetta o una pubblicità che le attribuisca effetti sulla memoria, sulla concentrazione o sull’umore non è in linea con la normativa.
Negli Stati Uniti la situazione è diversa: la FDA ha consentito nel 2003 un “qualified health claim”, cioè una dicitura con riserva che sottolinea espressamente come le prove disponibili siano limitate e preliminari. Si tratta di un contesto regolatorio diverso, che non vale per i prodotti venduti in Italia.
Cosa dice la ricerca, senza semplificazioni
La fosfatidilserina continua a essere oggetto di studio, sia per il suo ruolo biologico nelle membrane sia in relazione allo stress fisico negli sportivi e alla funzione cognitiva nell’anziano. Molti studi però hanno campioni piccoli, durate brevi, dosaggi e forme diverse tra loro, e spesso sono stati condotti con la fosfatidilserina di origine bovina. È il motivo per cui le valutazioni regolatorie restano prudenti.
Il modo corretto di leggere questa letteratura è quindi come un campo di ricerca aperto, non come una promessa di risultati. Chi trova affermazioni del tipo “migliora la memoria del X%” dovrebbe diffidare: numeri di questo tipo non corrispondono a nessun claim autorizzato in Europa.
Come leggere un’etichetta che contiene fosfatidilserina
Qualche indicazione pratica per orientarsi:
- verifica la fonte dichiarata (soia, girasole) e l’eventuale presenza di allergeni: la soia è tra gli allergeni da indicare obbligatoriamente;
- controlla la quantità per dose giornaliera, espressa in milligrammi di fosfatidilserina e non solo di “estratto” o di lecitina totale;
- fai attenzione alle diciture: se un prodotto combina la fosfatidilserina con vitamine o minerali, gli eventuali claim autorizzati si riferiscono a quelle vitamine o minerali, non alla fosfatidilserina;
- in caso di terapie in corso, gravidanza o allattamento, è buona regola parlarne con il medico o il farmacista prima di iniziare un integratore.
Fosfatidilserina nel catalogo Noebis
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In sintesi
La fosfatidilserina è un fosfolipide che il corpo produce da sé e che si trova anche negli alimenti. Quella degli integratori oggi deriva quasi sempre da lecitine vegetali. La ricerca su di essa è ancora in corso, ma in Europa non esistono claim salutistici autorizzati: un’informazione corretta parte da qui.
Fonti: EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies (NDA), Scientific Opinion on the substantiation of health claims related to phosphatidyl serine (ID 552, 711, 734, 1632, 1927) pursuant to Article 13(1) of Regulation (EC) No 1924/2006, EFSA Journal 2010;8(10):1749. Regolamento (CE) n. 1924/2006. Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono il parere del medico. Gli integratori non vanno intesi come sostituti di una dieta varia ed equilibrata e di uno stile di vita sano.






