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C’è un mestiere che sembra uscito da un altro tempo, eppure resiste ancora oggi in piccoli laboratori artigianali sparsi per il mondo: quello del cartaio, o mastro cartaio, che trasforma fibre vegetali in fogli di carta lavorati interamente a mano, uno alla volta, senza scorciatoie.

Chi pratica questo mestiere lo sa bene: dietro ogni foglio di carta pregiata ci sono ore di gesti ripetuti, immersioni in acqua fredda, sollevamenti di telai carichi di pasta bagnata, e una concentrazione che non può mai calare del tutto. È un lavoro silenzioso, ma tutt’altro che leggero per il corpo.

Le mani sempre in acqua

La prima cosa che si nota osservando un cartaio al lavoro è il contatto costante con l’acqua, spesso fredda, per gran parte della giornata. Le fibre vegetali (cotone, canapa, gelso da carta, a seconda della tradizione) vengono lavorate in grandi vasche, e le mani restano immerse o comunque bagnate per intervalli lunghi e ripetuti.

Questa esposizione prolungata all’umidità, unita alle basse temperature dell’acqua usata in molte lavorazioni tradizionali, mette a dura prova la pelle e la circolazione delle mani. Non è raro che chi fa questo mestiere da anni sviluppi una sensibilità particolare al freddo proprio nelle dita, o secchezza cutanea nonostante i guanti.

Sollevare, scuotere, sostenere: il peso ripetuto del telaio

Il gesto centrale della cartaria a mano è il sollevamento del telaio con lo schermo (spesso di bambù o di giunco) immerso nella vasca di pasta, seguito da un movimento di scuotimento calibrato per distribuire le fibre in modo uniforme. Questo gesto va ripetuto decine, a volte centinaia di volte in una giornata di lavoro.

Il telaio carico di pasta e acqua pesa, e va sostenuto con le braccia protese in avanti, spesso leggermente sollevate, per tutto il tempo della formatura del foglio. È un movimento che coinvolge spalle, avambracci e polsi in modo ripetitivo e continuo, sollecitazioni che nel tempo possono farsi sentire soprattutto nella parte alta della schiena e nelle articolazioni di polso e gomito.

La schiena china sul tavolo di pressatura

Dopo la formatura, i fogli vengono impilati, pressati per eliminare l’acqua in eccesso, e infine separati uno a uno per essere messi ad asciugare. Tutte queste fasi richiedono una postura chinata in avanti, spesso mantenuta per periodi prolungati davanti al tavolo di lavoro.

Chi lavora la carta a mano conosce bene quella tensione tipica della zona lombare e cervicale che si accumula dopo ore passate curvi sul banco, un po’ come accade a molti altri mestieri manuali di precisione. Alternare le posizioni, fare pause regolari e prestare attenzione all’altezza del piano di lavoro sono accorgimenti che chi vive di questo mestiere impara presto a non trascurare.

La pazienza come strumento di lavoro

C’è poi un aspetto meno fisico ma altrettanto impegnativo: la pazienza. Ogni foglio richiede tempo, dalla formatura all’essiccazione naturale, che può durare giorni. Non si può accelerare un processo che la natura scandisce da sola, e questo richiede una gestione mentale della fretta che non è scontata in un mondo abituato a tutto e subito.

È forse proprio questa lentezza voluta a rendere il mestiere del cartaio così affascinante: ogni foglio porta con sé le impronte di un lavoro umano, lento e irripetibile, che nessuna macchina industriale può davvero replicare.

Per chi ogni giorno sottopone mani, polsi e schiena a sollecitazioni ripetute come queste, prendersi cura del proprio corpo con costanza, un’alimentazione equilibrata e uno stile di vita attento può fare la differenza nel tempo, aiutando a sostenere l’energia e il benessere generale necessari per portare avanti con passione un mestiere che richiede dedizione quotidiana.