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Se cercate “fungo dell’immortalità” su un motore di ricerca, prima o poi spunta lui: il Reishi, nome scientifico Ganoderma lucidum. È uno dei funghi più citati nel mondo degli integratori, ma anche uno dei più fraintesi: tra leggende millenarie, marketing aggressivo e ricerca scientifica reale c’è spesso una distanza enorme. Proviamo a mettere ordine.

Cos’è il Reishi

Il Reishi è un fungo lignicolo, cioè cresce sul legno morto o in decomposizione, tipicamente su tronchi e ceppi di latifoglie come querce e pruni. Si riconosce per il caratteristico cappello a forma di rene o ventaglio, con una superficie lucida e laccata color rosso-bruno che ricorda la vernice: da qui il nome scientifico lucidum, “lucente”. In natura è relativamente raro, ma oggi viene coltivato su larga scala, soprattutto in Cina, Giappone e Corea, su substrati di legno o segatura.

Un fungo con una lunga storia

In cinese il Reishi è chiamato Lingzhi, spesso tradotto come “fungo dello spirito” o “erba della potenza spirituale”. Compare in testi di medicina tradizionale cinese vecchi di duemila anni e ricorre come simbolo di longevità in dipinti, sculture e decorazioni, dalle porcellane imperiali ai giardini tradizionali. In Giappone è noto come reishi o mannentake, il “fungo dei diecimila anni”. Questo patrimonio simbolico è affascinante dal punto di vista culturale, ma va tenuto distinto dalla domanda che interessa davvero chi valuta un integratore: che cosa dimostra oggi la ricerca scientifica indipendente?

Che cosa contiene

Il corpo fruttifero e il micelio del Reishi contengono diverse famiglie di composti studiate in laboratorio: polisaccaridi (in particolare beta-glucani), triterpeni (i cosiddetti acidi ganoderici, responsabili del sapore amaro tipico del fungo), peptidoglicani ed ergosterolo, un precursore della vitamina D presente in molti funghi. La composizione varia molto a seconda della parte del fungo utilizzata (corpo fruttifero, spore o micelio), del metodo di coltivazione e del tipo di estrazione, il che rende difficile confrontare tra loro i diversi studi disponibili in letteratura.

Cosa dice davvero la ricerca

Qui va fatta chiarezza, perché è il punto dove il marketing tende a correre più veloce della scienza. La maggior parte degli studi sul Reishi sono condotti in vitro (su cellule isolate) o su modelli animali: contesti utili per generare ipotesi, ma che non possono essere trasferiti automaticamente all’uomo. Gli studi clinici sull’uomo esistono, ma sono in gran parte di piccole dimensioni, con metodologie eterogenee e spesso di qualità limitata.

Una revisione sistematica Cochrane che ha analizzato l’uso del Reishi come supporto in ambito oncologico ha concluso che le prove disponibili non sono sufficienti per raccomandarne l’impiego come trattamento, e che servono studi randomizzati più ampi e meglio condotti prima di poter trarre conclusioni solide. Ad oggi, inoltre, l’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) non ha autorizzato alcun claim sulla salute specifico per il Ganoderma lucidum nel Registro europeo dei claims nutrizionali e sulla salute. In pratica: non esiste, allo stato attuale, un’indicazione di salute che si possa legalmente attribuire a un integratore di Reishi.

Questo non significa che la ricerca si sia fermata, anzi: il Reishi resta uno dei funghi medicinali più studiati al mondo, con centinaia di pubblicazioni ogni anno. Significa solo che, ad oggi, siamo nella fase della ricerca esplorativa e non in quella delle conclusioni consolidate applicabili al consumo umano tramite integratori.

Sicurezza e cautele da conoscere

Il Reishi è generalmente considerato ben tollerato nella popolazione adulta sana a dosaggi moderati, ma non è privo di attenzioni da tenere in considerazione:

  • Per il possibile effetto sulla coagulazione, l’assunzione insieme a farmaci anticoagulanti o antiaggreganti (come warfarin o aspirina) può aumentare il rischio di sanguinamento: in questi casi il confronto con il medico è indispensabile.
  • Essendo segnalato un potenziale effetto immunomodulante, la cautela è d’obbligo per chi assume farmaci immunosoppressori, ad esempio dopo un trapianto.
  • Sono stati descritti in letteratura, seppur rari, casi di tossicità epatica associati soprattutto a estratti in polvere concentrata assunti a lungo e ad alte dosi, o a prodotti di qualità non controllata.
  • Non essendo disponibili dati di sicurezza sufficienti, l’uso in gravidanza e allattamento non è consigliato senza il parere di un professionista sanitario.
  • È buona norma sospendere l’assunzione nelle settimane precedenti un intervento chirurgico programmato, proprio per il possibile effetto sulla coagulazione.

Domande frequenti

Il Reishi è un farmaco?

No. In Europa il Reishi è commercializzato come integratore alimentare, non come farmaco, e non può quindi essere presentato come in grado di prevenire, curare o guarire alcuna malattia.

Reishi fresco, in polvere o in estratto: fa differenza?

Sì, la concentrazione dei diversi composti (beta-glucani, triterpeni) varia molto a seconda della forma e del processo di estrazione utilizzato, motivo per cui gli studi scientifici sono difficili da confrontare tra loro e i risultati non sono sempre trasferibili da un prodotto all’altro.

Perché ha un sapore così amaro?

L’amarezza tipica del Reishi è dovuta principalmente ai triterpeni (acidi ganoderici), una delle famiglie di composti più studiate di questo fungo.


Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.