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Tra i mille composti fenolici che il mondo vegetale produce per difendersi da luce, patogeni e stress ossidativo, l’acido caffeico occupa un posto particolare: lo troviamo ogni giorno nella tazzina di caffè, nella buccia di una mela, in un pugno di mirtilli, eppure resta uno dei fitocomposti meno raccontati al grande pubblico. È il momento di guardarlo da vicino, con rigore e senza scorciatoie.

Che cos’è l’acido caffeico

L’acido caffeico è un acido idrossicinnamico, una famiglia di composti fenolici derivati dal metabolismo secondario delle piante a partire dalla via dello shikimato. Dal punto di vista chimico è strutturalmente imparentato con l’acido clorogenico, che infatti è l’estere formato dalla combinazione di acido caffeico e acido chinico: quando nella pianta i due si legano, si ottiene proprio l’acido clorogenico, già trattato in un nostro articolo dedicato. L’acido caffeico “libero”, cioè non esterificato, è invece una molecola a sé, con una propria distribuzione nei vegetali e un proprio profilo di studio scientifico.

Nella pianta svolge una funzione di difesa: contribuisce alla resistenza contro insetti e microrganismi e partecipa alla sintesi della lignina, il polimero strutturale che irrobustisce le pareti cellulari vegetali.

Dove si trova l’acido caffeico

È diffuso in moltissimi alimenti di uso comune:

Caffè. Il chicco crudo contiene notevoli quantità di acido clorogenico che, durante la torrefazione, viene in parte degradato liberando acido caffeico e acido chinico separati: ecco perché la tazzina che beviamo ne contiene tracce, insieme a numerosi altri composti fenolici nati dalla trasformazione termica.

Frutta. Mele (soprattutto nella buccia), mirtilli, uva, prugne, pere e kiwi ne sono fonti significative.

Altri alimenti vegetali. Cereali integrali, alcune verdure, vino e propoli contengono acido caffeico o suoi derivati, spesso in forma coniugata con altri acidi organici.

Acido caffeico e acido clorogenico: la differenza che conta

È un errore comune confondere le due molecole o trattarle come sinonimi. L’acido clorogenico è la forma coniugata (l’estere) più abbondante nel caffè verde, mentre l’acido caffeico libero ha una sua distribuzione autonoma, più legata a frutta e verdura fresca. Gli studi che riguardano l’uno non sono automaticamente trasferibili all’altro: la biodisponibilità, il metabolismo intestinale e persino l’assorbimento cambiano a seconda che la molecola arrivi legata o libera.

Cosa dice davvero la ricerca

L’acido caffeico è uno dei polifenoli più studiati in laboratorio per le sue proprietà antiossidanti in vitro, cioè la capacità di neutralizzare i radicali liberi in provetta. Esistono anche studi preclinici, condotti su modelli cellulari o animali, che ne indagano il comportamento in vari contesti metabolici. Si tratta però, nella grande maggioranza dei casi, di ricerca di base o preclinica: dati promettenti che aprono domande, non conclusioni trasferibili senza riserve alla fisiologia umana né tanto meno indicazioni di impiego terapeutico.

Per completezza normativa: ad oggi, consultando il Registro europeo dei claim nutrizionali e sulla salute previsto dal Regolamento (CE) 1924/2006, non risultano claim specifici autorizzati da EFSA per l’acido caffeico come tale. Questo significa che, per correttezza verso chi legge, non è possibile né corretto attribuire a questa molecola alcun effetto benefico dichiarato “provato” per la salute umana: la si può raccontare per la sua chimica, la sua origine botanica e lo stato della ricerca, non per promesse che la scienza, oggi, non è ancora in grado di certificare in modo definitivo.

Curiosità: il destino dell’acido caffeico durante la tostatura

Chi ama il caffè scoprirà un dettaglio interessante: il grado di tostatura modifica sensibilmente il profilo fenolico della bevanda. Tostature più leggere preservano meglio l’acido clorogenico originario, mentre tostature scure, sottoponendo il chicco a temperature più elevate e prolungate, favoriscono la sua degradazione in composti secondari, tra cui appunto l’acido caffeico libero e altre molecole di neoformazione legate alla reazione di Maillard. È uno dei motivi per cui il profilo chimico (e il gusto) di un caffè chiaro e di uno scuro sono, sotto molti aspetti, due storie diverse.

Domande frequenti

L’acido caffeico ha qualcosa a che fare con la caffeina?
No, nonostante il nome simile. La caffeina è un alcaloide della famiglia delle metilxantine, l’acido caffeico è un composto fenolico: chimicamente non hanno nulla in comune, il nome deriva solo dal fatto che entrambi sono stati isolati per la prima volta nel caffè.

Si trova solo nel caffè?
Assolutamente no: è anzi più abbondante, in proporzione, in alcuni frutti come mele e mirtilli che nel caffè stesso.

È un ingrediente presente negli integratori Noebis?
Al momento l’acido caffeico non è un ingrediente standalone nei nostri prodotti; la sua presenza naturale rientra semmai nella composizione di estratti vegetali complessi come quelli di caffè verde.


Noebis Pharma è un’azienda italiana, gestita da farmacisti, che produce i propri integratori in stabilimento proprio e offre anche un servizio di produzione conto terzi per altri marchi del settore. Prima di iniziare l’assunzione di un nuovo integratore, in presenza di terapie farmacologiche in corso, gravidanza o allattamento, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico o farmacista di fiducia.